Giordania: un viaggio attraverso le donne
- aspasiatutteledonn
- 20 giu 2023
- Tempo di lettura: 9 min
Abbiamo attraversato il deserto, siamo state circondate da montagne di roccia che mano a mano che le attraversavamo diventavano sempre più rosse e sempre più imponenti. Eravamo a bordo di una Toyota corolla color nocciola scuro; abbiamo pensato a una forma di fortuna propizia visto il colore, quando da Amman, capitale della Giordania, abbiamo percorso tutto il paese per arrivare all'area protetta di Wadi Rum. Io, Michela e Francesca, un viaggio atteso da quella sera al bar, in cui Io, Francesca e due spritz abbiamo deciso di comprare il volo e di farlo anche per Michela, ovviamente subito contraria, perchè lei fa di media dai 6 ai 2000 viaggi all'anno e poi però si ricorda che deve mangiare e pagare le bollette. Non essendo presente però non aveva voce in capitolo e quell'anno avrebbe compiuto 30 anni, un regalo perfetto per una ragazza che spende più soldi in voli aerei che in scarpe.

Cinque giorni, tanta voglia di scoprire una civiltà a noi lontana, un paese ricco di storia e di bellezza architettonica, artistica e geologica.
Siamo partite così, il primo giorno, con mani e piedi nella sabbia calda del potente deserto de "la Valle della Luna". Viene chiamata così Wadi Rum, Patrimonio Mondiale dell'Unesco, poichè è formato da distese di sabbia rossastra, a cui si alternano colline d'arenaria e per questo motivo ricorda la superficie della luna.
Abbiamo soggiornato in una tenda in un camping fra blocchi di roccia plasmata dal vento. Attendere il tramonto sul cassone di un fuori strada mentre cavalchi le dune del deserto e senti il sole scaldarti il viso, è un'esperienza fatta di sensazioni che solo quel momento e quel posto possono donarti.



Volevamo vivere però il deserto a pieno e così l'indomani, dopo una notte passata a cercare di dormire in una stanza dove lo sbalzo termico evidentemente se l'è portato via il cambiamento climatico o il condizionatore, che al nostro arrivo non funzionava più, alle 4 e 30 del mattino ci siamo alzate per andare a vedere l'alba in groppa a tre cammelli. La salita e la discesa su un cammello a chi lo ha provato non lo devo sicuramente spiegare. Diciamo che il beduino che gentilmente ci ha accompagnato con i suoi cammelli durante l'escursione guardava le mie espressioni del viso e non riusciva a trattenere le risate. L'alba è stata forse più emozionante del tramonto della sera prima, ma io sono di parte perchè per me pensare che ogni giorno, qualsiasi cosa possa accadere, il sole l'indomani sorgerà sempre è una sensazione mistica e quasi filosofica, ma che ti radica fortemente alla vita e all'essenzialità di quanto piccoli siamo rispetto a ciò che ci circonda.


Non abbiamo incontrato donne. Non vi è molta civiltà lungo la superstrada che ti collega al sud del paese, ma nonostante ciò i pochi servizi di cui abbiamo usufruito, come mangiare, rifornirci di carburante, bere un caffè imbevibile per odore, sapore e consistenza, siamo sempre state servite da uomini. Delle donne non c'era traccia. Così, nel tragitto che ci ha riportato verso nord, con destinazione Petra, abbiamo osservato paesaggi mozzafiato, paesini di pastori con tante pecore accompagnate da 1 o 2 asinelli, 2 o 3 cammelli e da un cane, distese di nulla che toccavano il cielo all'orizzonte, fino ad arrivare a Wadi Musa, centro amministrativo del dipartimento di Petra. Insieme alle prime donne e a un'esclamazione stupita di Michela: "oh guarda guarda una donna che guida una macchina", abbiamo anche potuto gustare i primi veri piatti tipici della tradizione araba a base di agnello, verdure, humus, babaganush e i falafel più buoni di tutto il viaggio.

Petra, che significa "roccia" in greco, una delle sette meraviglie del mondo, dopo averla vista, ti chiedi in che modo può esistere cotanta bellezza nella tua visione di mondo. E' una valle, tra gli 800 e 1400 metri sul mare, in cui sono vissuti prima nomadi razziatori discendenti ebrei di Esaù, poi potenti guerrieri, per cui divenne capitale dei Nabatei. E' un sito archeologico che ti catapulta in una dimensione completamente estranea al mondo che conosci. Sei in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato 1000 e 1000 anni fa, dove il progresso e la civiltà occidentale, che secondo il nostro modo di vedere la cultura nasce con i greci e i romani, non sono mai permeate. In questa conca di roccia lunga più di 10 kilometri cammini sotto il sole cocente e vedi architetture scolpite nella pietra, insenature che una volta erano dimore, alcune lo sono ancora e rimani essenzialmente senza parole.


Per addentrarti dentro Petra devi superare un canyon, la gola che prende il nome di Siq., dove i colori della pietra arenaria policroma, cangiano a seconda della luce, e le striature rosse, rosa, bianche e giallo ocra, con le loro sfumature, sono un qualcosa di indescrivibile.

Anche nel sito archeologico è stato difficile incontrare figure femminili del posto. La maggior parte dei lavoratori erano uomini. Ci ha incuriosito vedere come le uniche donne erano venditrici di prodotti tipici del posto (pantaloni, tappeti e bigiotteria), ma erano presenti solo nei gradini più alti vicino al monastero di Umm al-Biyarah, punto finale del trekking. Lì abbiamo comprato tre paia di pantaloni da una donna la cui storia ve la lasciamo qui: https://www.instagram.com/p/Ctb9LtbNKfF/

Lasciata Petra, dopo esserci distrutte fisicamente, per i 22 km fatti di cui 2,5 in 810 gradini ricavati nella Pietra in salita per giungere al santuario, ci siamo dirette verso il Mar Morto: un lago salato che ha come immissari le acque del fiume Giordano.
Il Mar Morto, le cui acque bagnano Israele, la Cisgiordania e la Giordania, è un lago le cui rive si trovano 400 m sotto il livello del mare, il punto più basso al mondo sulla terraferma. Per poter indossare i nostri costumi tipici occidentali e poter fare il bagno in tranquillità abbiamo letto nei vari articoli di viaggio sulla Giordania, che era consigliato entrare in un resort e soggiornare lì una giornata, oppure avremmo dovuto indossare un burqini, tipico bikini delle donne arabe, che ti copre anche braccia e gambe. Abbiamo effettivamente visto molte donne indossarlo anche nel resort. L'esperienza del mar morto è stata a dir poco divertente: la quantità di sale che pervade il lago fa in modo che ti sia difficile nuotare e perfino muoverti. Sei praticamente perennemente a galla senza nessuno sforzo.

La sera abbiamo lasciato la spiaggia e la "bella vita", per rientrare nel nostro planning di viaggio on the road. Attraversando montagne innondate dalla luce rossa del sole quando decide di tramontare, siamo arrivate alla casa sulla collina della famiglia che ci avrebbe ospitato, in un paesino dal nome Madaba, la città dei mosaici.

Siamo entrate in questa casa, molto moderna e dagli arredi che dimostravano una certa vita benestante della famiglia. All'ingresso una lavagna da bambini con scritto "Benvenuta Francesca e amiche". Abbiamo subito notato la presenza di un bambino, che dalla sua poltroncina ci studiava con fare disinvolto. Noi stanche, cariche di zaini e di sabbia ancora fra le dita dei piedi ci siamo educatamente sedute per scambiare quattro chiacchiere con i proprietari: la mamma e il papà di quel bambino. La signora, una donna dal viso e i capelli scoperti, vestiti sobri ma molto occidentali, stava cucinando in un grande pentolone del pollo con delle verdure e ha ordinato al marito di servirci qualcosa da bere. "Qualcosa da bere? ", ci siamo subito guardate con la speranza che dicesse "volete un bicchiere di prosecco o una birretta gelata?", poi ovviamente siamo tornate alla realtà, al posto in cui eravamo, alle tradizioni e alle usanze della Giordania e abbiamo capito che tre bicchieri d'acqua era quello che voleva offrirci.
Era la prima volta per tutte e tre: soggiornare durante un viaggio in casa di qualcuno. E' stata sicuramente un'esperienza particolare, dai bambini che scorrazzavano per casa, alla cena tipica araba cucinata dalla signora e servita dal cugino, al sentire le preghiere fatte prima di recarsi a letto, (erano cristiani) al giro escursionistico, l'indomani mattina, col marito nell'orto di casa ad assaggiare tutti i frutti e le verdure tipiche, dicendogli i nomi in italiano e facendoci dire i nomi invece in giordano. E' stato particolare sì, ma è anche risultato autentico, ricco di sensazioni di casa e di famigliarità. Eravamo per una notte persone diverse "sotto lo stesso tetto".


La storia di questa donna, incinta del terzo figlio, "una bambina questa volta però dopo due maschietti" ci ha tenuto a precisare, ci ha riempito il cuore di emozioni. Lei, un'insegnate, la mattina lavora insegnando lingue nella scuola del distretto, e la sera aiuta il marito, che durante il Covid ha perso il lavoro da banchiere, ad ospitare le persone nella loro casa grande, per far quadrare i conti. Una casa, una famiglia, dei bambini, un lavoro e se stessa, tutti da accudire. Ma la sera ha trovato il tempo per pregare, ho pensato fosse una super-eroina. Poi ho riflettuto: tutte le donne lo sono e non dovrebbero sentirsi obbligate ad esserlo. Insomma, una donna e una famiglia a cui dobbiamo un grande GRAZIE.

Il nostro viaggio però non era ancora finito, anzi mancava ancora molto da vedere e poco tempo. Per cui, il giorno seguente, salutata la famiglia, prima di raggiungere la nostra ultima tappa, Amman, ci siamo dirette verso il fiume Giordano per visitare il sito battesimale di Gesù Cristo. Un luogo lungo la frontiera con Israele, ricco di culto e devozione, come ci immaginavamo, nonostante in Giordania solo il 6% della popolazione è cristiana. Comprato qualche souvenir ed eravamo già dirette verso la seconda tappa: Jerash, l'antica Gerasa. Ma ad un certo punto, un gruppetto di turisti su un monte e una chiesa alle spalle ci ha insospettito: dove siamo? Eravamo vicino al Monte Nebo, più precisamente eravamo di fronte alla chiesa memoriale di Mosè, dove a detta di una guida turistica spagnola, secondo le Sacre Scritture, Dio disse a Mosè: "qui tu vedrai la Terra Promessa, ma non vi andrai, perchè morirai". Involontariamente, o volontariamente, "Una terra promessa" di Eros Ramazzotti diventò la colonna sonora del nostro viaggio.

Finalmente Jerash, con più di 6500 anni di storia è una delle città più antiche della Giordania. Sepolta per secoli sotto la sabbia, prima di essere riscoperta e restaurata negli ultimi 70 anni, l’antica Gerasa costituisce una splendida testimonianza della grandezza e delle caratteristiche dell’opera di urbanizzazione condotta dai Romani nelle provincie dell’impero in Medio Oriente: strade lastricate, colonnati, templi in cima ad alture, meravigliosi teatri, spaziose piazze pubbliche, bagni termali, fontane e mura interrotte da torri e porte cittadine.


Il nostro viaggio alla ricerca di storie di donne si era rivelato più difficile di quanto avessimo mai potuto immaginare. Percorrendo tutta la Regione da sud a nord, ne avevamo incontrate veramente poche, ma quelle poche ci hanno trasmesso, attraverso le loro usanze, il loro parlare, la loro vita, una visione complessiva di quella che è la condizione della donna in una realtà ancora molto ancora a dettami religiosi e situazioni di estrema povertà. Amman a primo impatto sembrò differire: una capitale di più di 4milioni di abitanti, più popolosa di tutto lo stato.

Donne e uomini che giravano per strada provenienti da ogni dove, vestiti l'uno diverso dall'altro, ma comunque insieme. Sembrava davvero una città globalizzata, aperta ad ogni cultura. Se non che ad un certo punto, prese dall'esigenza di fare bancomat, ferme in fila davanti ad uno dei tanti sportelli di prelievo, nel centro della città, è apparsa una ragazzina.
Aveva i denti completamente rovinati e di color giallo, la carnagione scura, i capelli colorati di un rosso acceso, un misto tra un rosa e un arancione, ma si vedeva che non era il suo colore originale dall'attaccatura scura dei capelli raccolti in una coda bassa. Era truccata, aveva tanto ombretto azzurro sulle palpebre, disposto male. Ci ha guardato con insistenza, ci ha sorriso con insistenza, mandato baci con insistenza. Ferma davanti a noi con un braccio teso e una mano aperta. Subito siamo rimaste scioccate, al limite del fastidio, per quell'invadenza e quella situazione che tutto sembrava fuorché naturale. Il sorriso di quella ragazza terminava ogni volta che da dietro di lei giungeva la voce di un uomo, seduto con il suo piccolo banchetto di fianco al distributore. Non abbiamo capito cosa le stesse dicendo nella sua lingua, ma sembrava la sgridasse e ad ogni rimprovero lei ci sorrideva con più forza e insistenza. Uscite da quella situazione, dopo esserci allontanate, l'abbiamo rivista, 3 metri più avanti sul ciglio della strada, sdraiata a terra, con una donna che sembrava la Madre e un bambino più piccolo accanto a lei. Lì compresi che era solo una bambina.
Il nostro viaggio terminò il giorno dopo con il volo di ritorno per Bologna, dove abbiamo conosciuto un dottore, Nedal, il quale ci ha raccontato che lavora da tanti anni con associazioni nel nord della Giordania che aiutano le donne a trovare assistenza, servizi e magari una vita migliore.
Vi lascio con questa poesia, scritta da Michela, nel viaggio di ritorno a casa.
Viaggiamo:
Sabbia,
Rocce color porpora,
Calpestiamo la Storia.
Sole alto nel cielo,
Vento tiepido dal mezzogiorno,
Pelle umida ma nessuna fatica.
Appare la luna,
La brezza ci culla.
Sentiamo:
Silenzio e confusione,
Shisha al profumo di vaniglia,
Voci urlano “Yalla yalla”, (يلا يلا)
Sapore di menta fresca,
Bambini che giocano.
Vediamo:
Colori della terra, dei volti,
Delle spezie, dei volti più nascosti,
Del mare, degli occhi.
Pensiamo:
Solo un paio di meridiani,
Cultura,
Possessione, scelta,
Mistero.
Quanta differenza
Sotto lo stesso cielo.
Michela Piccinini

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