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Falsi complimenti



La storia di Shila parla di un complimento non gradito che le crea disagio. Queste situazioni, che possono sembrare banali, ma non lo sono, trattano di un complimento, che in realtà è un “falso complimento”: nasconde allusioni e genera in noi donne disagio, vergogna, imbarazzo, timore, paura, rabbia. In questa esperienza, come in molte altre, la cosa più importante su cui riflettere è come la donna che riceve questo falso complimento riguardo se stessa e il suo corpo, deve non solo gestire le sue emozioni al riguardo, ma anche pensare alla risposta, alle circostanze, all’educazione, al fatto che può essere lei che ha frainteso.



Siamo figlie di una storia culturale tramandata da generazione in generazione che non abbraccia solo le società dove la donna è coperta anche sugli occhi, poiché il suo sguardo si incolpa di essere causa di molestie fisiche, allusioni sessuali, stupri, ma anche la nostra società, quella che quando una donna subisce violenza, "è stata colpa sua, per come si è vestita, per come si è comportata, per l’ora in cui era fuori casa, per il posto, le persone frequentate". Siamo figlie e figli di questo costrutto culturale e sociale, che vede nella colpevolizzazione della donna la giustificazione anche di un semplice e fasullo complimento. Noi viviamo di quel senso di colpa e il primo posto dove lo ricerchiamo è in noi stesse.


Se un complimento non è un complimento e ci crea disagio, per non dire disgusto, siamo chiamate responsabilmente a dirlo, a voce alta, educatamente, perché la colpa è solo in chi ce lo ha fatto.


Questa è la storia di Shila, qual’è la tua?



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